DANIELA PISCITELLI

I bimbi devono giocare con la terra

Bosnia. Italia. Germania. Spagna. E poi ancora chissà quanti altri paesi quanti altri volti, quante altre storie. Una vita lunga un viaggio. Un viaggio attraverso la conoscenza fatti di frasi, fatta di esperienza vissuta nell’apprendimento di un codice a noi incomprensibile.

“È qualche giorno che sono nel campo,
o meglio, vado nel loro campo.
Cerco di osservarli,
ma senza occhio meccanico.”

Da sempre i nomadi destano interesse, rappresentano un’attrazione, stimolano la voglia di capire, invitano allo studio. Quanta terra hanno toccato quegli uomini, quanta altra ne toccheranno quei piedi scalzi. Piedi che non vogliono l’asfalto, che non vogliono un pavimento in monocottura. Piedi che non vogliono scarpe firmate, né acqua né sapone. Non vogliono. Forse. Non lo sapremo mai e certo non sta a noi cercare la verità di un popolo che ha deciso di essere del mondo, apolide nell’animo, ovunque l’alternarsi delle stagioni suggeriscano un tempo prezioso loro che, del tempo, sono i padroni. Tutto ciò stravolge le convenzioni poiché è difficile da capire, scomodo da accettare, complicato da codificare. Sicuramente inaccettabile per la cultura stanziale, complicato da gestire per i governi occidentali. Cosa nascondono quei volti che dietro un banco ottico provano a mettersi in posa e che invece vengono catturati nelle loro espressioni più intime e vere? Quali le case, quale il senso quotidiano del fare, quale il senso dello scorrere del tempo? Cosa cela quel tempo fermato attraverso un popolo che ha fatto del tempo la propria spada di libertà e dell’andare il proprio credo?

C’è un bimbo che mi segue.
Mi osserva di continuo.”

Occhi che guardano. Tutto. Occhi che non chiedono. Occhi duri come pietre. Occhi veloci come il vento. Occhi che hanno visto molti mondi e molte culture, nostri parenti stretti che non hanno accettato e non accettano le regole imposte dal mondo strutturato, fatto di confini e ricerca della verità della vita attraverso leggi di mercato. Occhi che vengono da tempi lontani e che ci ricordano che noi, anche noi, partivamo da là, da quel luogo lontano che stagione dopo stagione era uno diverso: dall’Asia centrale, dagli aborigeni e dai pellerossa americani. Anche noi eravamo nomadi, i nostri padri, i nostri ancestrali precursori: quegli stessi occhi che oggi ci fanno paura poiché anch’essi hanno subito il fascino del mondo materiale e, perdendo la propria poesia gitana, spesso si sporcano le mani passando quella linea d’ombra che segna il lecito. Ma forse la colpa non è loro, reciprocamente ci rubiamo le cose a noi più care: loro i nostri beni materiali, noi la loro libertà. Eppure questi popoli hanno codici, onore, etica e cultura che vengono dal passato e che hanno fatto del senso di appartenenza ad ogni paesaggio del mondo la loro arma di libertà: la terra è uguale ovunque. Può cambiare forse il colore, il tono, la grana. Ma la terra è terra.

“I bimbi devono giocare con la terra.”

La terra è del mondo, ma di un mondo rurale, fermo in uno spazio ai confini delle metropoli, dimenticato nella memoria dei vecchi che vivono una vita sdoppiata, bimbi di allora nella terra, vecchi di oggi persi tra computer e tecnologie che non capiscono. La terra è di chi sa capire che là, in quella grana c’è il segreto delle nostre radici, la terra madre che ci ha dato un piano duro su cui camminare, morbido su cui cadere, caldo su cui riposare, freddo sul quale morire. È forse la ricerca di quel tempo perduto che nella natura agricola dell’uomo trovava il senso del proprio essere? O forse la ricerca di un’identità che nello scorrere di terre diverse, nel loro perpetuo andare, trova concretezza? Un popolo che si sposta è un popolo che ha capito che una nazione non è un confine geografico ma un’anima condivisa, un principio spirituale. E’ una casa che si sposta perché il senso della casa non è dato dai muri ma dalle persone e dalle culture. Tutto questo lascia un segno, un segno denso che traspare solo a chi lo sa vedere.  Cosa c’è allora in questo voler indagare, scrutare con occhio meccanico, quel popolo del mondo?

“Maria troppo ingombrante, predominante.
Col suo corpo presenzia il campo.
Il suo corpo è il campo: è il Capomatrona.”

C’è forse il desiderio, come nella sfida dell’uomo senza qualità di Musil, di sentirsi abitanti del villaggio ma anche cittadini del mondo. C’è forse l’esigenza di presentificare una materia corporea che è fatta essenzialmente di vento. C’è forse l’istinto di fermare, attraverso la “presenza” corporea, a volte ingombrante, a volte sfuggente, la realizzazione di una sogno: quello della libertà dal ricatto della materia. Un senso di libertà che è dato non dal senso di possesso e di onnipotenza legato alla disponibilità economica bensì dalla consapevolezza che, comunque vada, esisterà sempre una terra materna dove poter poggiare i propri piedi. Sta forse in questo la ricerca di Patrizia Posillipo: guardare ad un popolo nomade come alla metafora della propria vita sempre in bilico tra restare e l’andare, tra l’appartenere ad un villaggio ed il desiderio irrefrenabile di essere nel mondo. Tra il desiderio di essere invisibile e l’esigenza di fermare la materia. Avere un corpo da toccare per sapere di essere. Avere una terra cui appartenere per sapere di poter andare. Magari una terra da osservare dall’alto, in bilico su una sedia, per e come tutti gli Orcar Saliuvic del mondo. Grazie Bruce Chatwin, Grazie Patrizia.

Daniela Piscitelli