Isabella Indolfi

TRACCE

di Isabella Indolfi

Poichè ogni fotografia è soltanto un frammento, il suo peso morale ed emotivo dipende da dove viene inserita.

Susan Sontang

Introduzione

Tracce è il racconto per immagini del viaggio di Patrizia Posillipo tra Italia e Armenia, da ovest a est, da nord a sud, alla ricerca delle stratificazioni culturali e delle connessioni ancora vive tra due popoli che dialogano da secoli, in un intenso legame fatto di scambi culturali, artistici, scientifici e commerciali.

Seguendo una mappa storica e sociale, disegnata grazie alla preziosa collaborazione con il Professore Carlo Coppola, Patrizia ha attraversato le principali regioni italiane e armene, sulle orme nascoste di gente comune che porta con sé bagagli di oggetti e storie personali; storie che non conoscono confini e lasciano tracce del loro passaggio o del loro permanere. Culti e artefatti fanno parte di questa geografia, delineata lungo un sentiero che spesso ha portato a chiese ed altari, testimoniando un legame innanzitutto spirituale tra Italia e Armenia.

Lo sguardo fotografico di Patrizia interroga in maniera intima e personale luoghi storici e volti contemporanei, frammenti del rapporto antico e complesso tra i due popoli. Ogni ritratto è una traccia, un piccolo tassello, parte di un discorso più ampio che lascia affiorare, tra le pagine, una storia collettiva con radici profonde.

L’incontro è il fulcro di questo progetto: l’occhio fotografico non si limita a registrare, ma si mette in relazione con i soggetti e i luoghi, nell’intento di coglierne il carattere e il sentimento. È questo il senso di un agire quasi antropologico che riesce non solo a documentare le trasformazioni delle comunità e delle persone, ma anche a catturarne i paesaggi interiori, ergendoli a metafora poetica del dramma e della bellezza di un mondo in rapido cambiamento.

Tracce fa parte del programma di arte pubblica “Opere Vive”, promosso dall’Ambasciata d’Italia a Jerevan nell’arco di due anni, che ha visto diversi artisti italiani susseguirsi nella scoperta della cultura e della terra Armena. Patrizia Posillipo è stata selezionata per la sua capacità di cogliere i dettagli, la sua tenacia di intraprendere un lungo viaggio e allo stesso tempo la delicatezza di raccontare storie personali attraverso uno sguardo delicato come una carezza.

Il ritratto ambientato

“La fotografia è la mia storia, ma in questo caso è anche la storia di chi ritraggo” così Patrizia Posillipo parla del suo rapporto con la fotografia in generale e con il progetto Tracce in particolare.

Ogni ritratto è un incontro, una relazione che si intesse tra sconosciuti, attraverso la scoperta, l’ascolto e il racconto. Dietro ogni ritratto, c’è un intenso dialogo, basato sull’osservazione e sulla conoscenza tra l’artista e il soggetto. Lo scopo è restituire il riflesso di ciò che non si può vedere ad occhio nudo; è un dono offerto all’altro, per aiutarlo a conoscersi o, forse, a ri-conoscersi. Ogni scatto è un punto di partenza da cui nasce un rapporto di stima, fiducia e comprensione reciproca.

Alle persone ritratte, viene chiesto di scegliere un luogo o un oggetto rappresentativo del loro rapporto con l’Armenia e/o con l’Italia. Così, Patrizia intende conferire alla scena una precisa dimensione spazio-temporale, includendo elementi che descrivono l’ambiente in cui il soggetto vive o lavora. I protagonisti raccontano sé stessi, si voltano indietro, da dove sono partiti, guardano dritto all’obiettivo di Patrizia e tracciano la rotta del futuro.

Fotografa dalla straordinaria sensibilità, Patrizia impiega il mezzo fotografico per esplorare in profondità lo spirito di un luogo o la trama di un volto. La macchina fotografica non è che il prolungamento del suo corpo, dei suoi occhi, delle sue mani, ma sopratutto della sua anima. Patrizia impiega tutta sé stessa nella sua ricerca: prima, durante e dopo lo scatto, il suo corpo e la sua mente sono visibilmente tesi verso il suo soggetto. La fotografia, in questo senso, è una pratica non tanto di osservazione visiva, quanto di ascolto e sintonizzazione.

Quando le ho chiesto a cosa pensasse nel momento dello scatto fotografico, Patrizia mi ha risposto:

“Mi accade di vedere il mio sguardo farsi strada da solo nella realtà circostante e, da solo, selezionare persone, particolari, scene d’insieme. È l’inizio di una relazione emotiva tessuta talvolta attraverso un’interazione e un dialogo, talvolta mediante un “non detto emotivo”. Una relazione che riempie e che appaga, che la mia parte sognante decide di conservare, come un tesoro d’immaginazione preziosa, spesso però senza confini e irreale, tale da rendere necessario il soccorso della parte di me razionale, l’altra parte di me, che affinando, approfondendo, studiando, con i suoi diversi strumenti, rende il sogno reale e possibile. In quel momento il mio scatto.”

Il viaggio in Italia

Il viaggio comincia in Italia, uno dei primi paesi ad accogliere gli armeni della diaspora. Figli di genitori scampati al genocidio; custodi di una cultura antica e di memorie collettive e personali; artisti, scrittori, giovani che guardano al futuro con lo sguardo puntato sul Mediterraneo: sono tanti gli armeni che vivono in Italia.

Le foto scattate tra Bari, Napoli, Casal di Principe, Roma e Firenze mostrano volti dai fieri tratti armeni, come quello di Rupen, uomo dallo sguardo intenso quanto la sua storia, ritratto a Bari nel suo laboratorio di tappeti, per la cui tessitura il suo Paese è rinomato. Forte è l’immagine della mano del Professore Kegham Jamil Boloyan, che impugna con amore e dolore il simbolo patriottico della sua terra, la bandiera tricolore; significativo è anche il ritratto di Marianna, giovane armena che decide di farsi ritrarre a San Gregorio Armeno a Napoli, stringendo tra le mani un melograno, emblema dell’Armenia.

Luoghi e oggetti simbolici si intrecciano in questi frammenti di dialogo. Ricordi di una vita affiorano dallo scrigno della memoria, come la fotografia di famiglia e i merletti della nonna armena, mostrati con orgoglio dai fratelli Quaranta nel villaggio di Nor Arax a Bari. È qui, in questo lembo di terra pugliese, che nel 1924 si stabilì una piccola comunità armena fuggita miracolosamente al primo genocidio della storia moderna. È qui che ha vissuto Hrand Nazariantz, rifugiato politico, scrittore, poeta e giornalista armeno naturalizzato italiano, mentore ispiratore per il piccolo villaggio di Nor Arax.

La storia Armena è scritta con le lettere dell’alfabeto di una meravigliosa e antica lingua, guardiano di questo colto popolo, i cui antichi manoscritti hanno viaggiato in tutto il mondo. Patrizia ha dedicato alcuni suggestivi scatti ai manoscritti conservati nella preziosa biblioteca del Pontificio Collegio Armeno a Roma. Padre Nareg, Rettore e uomo di grande spiritualità, non ha potuto sottrarsi all’obiettivo fotografico, schiudendo le porte di un luogo sacro che conserva la memoria del suo popolo.

Il legame spirituale tra Italia e Armenia è testimoniato anche e sopratutto dal culto condiviso di santi come San Gregorio, patrono di Napoli, sicuramente il santo Armeno più conosciuto, e San Biagio, vescovo e martire d’Armenia, nella cui omonima Chiesa a Casal di Principe si svolge l’antico rito della benedizione della gola, toccante momento collettivo che Patrizia ha avuto l’onore di fotografare. Reliquie e riti sono narrati da alcuni eloquenti scatti; poi però l’attenzione ritorna sulle  infinite storie straordinarie di vite comuni, come quelle di Anush Torunyan, Rita Pabis, Zara Pagossian e Sabrina Monti, unite dalla missione di promuovere la cultura Armena nel Lazio con la loro associazione culturale. Fotografate tutte insieme nel Museo di Roma, intorno al Khachkar, la croce armena, queste quattro donne mostrano i libri che esprimono il loro amore per l’Armenia, scritti dai loro nonni o da loro stesse, impugnati con la stessa fierezza con cui l’iconica Madre Armenia impugna la spada.

Proseguendo il viaggio verso Firenze, incontriamo altre storie di contemporanea inventiva e freschezza, di artisti armeni i quali ci hanno invitato nelle loro case e nei loro studi. Arthur Alexanian, Sona Stepanyan e Shushana Khalatyan hanno in comune tante cose, ma in particolare lo sguardo vivace di chi crea, inventa il futuro e al tempo stesso conserva i ricordi vivi delle proprie radici. Arthur Alexanian, ad esempio, chimico e scrittore, uomo dalla lunga vita errante, scrive romanzi, racconti e poesie per non dimenticare le sue origini, mentre Shushana realizza gioielli, memore della tradizionale arte orafa Armena.

Il viaggio in Armenia

Quello che ci emoziona appena scese dall’aereo è un muro d’aria e luce, dietro cui si nasconde l’Ararat, che contiene dentro di sé tutte le promesse dell’Armenia. Sentiamo improvvisamente un senso di familiarità; forse perché l’Armenia, in un certo senso, è la casa di tutti. Ospitalità è la parola d’ordine per un popolo in diaspora, che ha trovato “casa” nel mondo, e dunque offre casa a chiunque arrivi nella sua terra. Così sono stati accolti molti italiani che, arrivati in Armenia per ragioni varie, hanno deciso di stabilirsi e costruire qui la propria vita. Per alcuni di loro, il viaggio inizia su impulso della solidarietà internazionale che si attivò in Armenia a seguito del tragico terremoto del 1988 che causò decine di migliaia di vittime, feriti e sfollati.

Così inizia la straordinaria storia di Padre Mario Cuccarollo il quale da trenta anni gestisce l’Ospedale Redemptoris Mater, fondato dalla Caritas Italiana ad Ashtotsk per supportare la zona più duramente colpita dal terremoto. In questa povera e remota regione montuosa, l’ospedale è tuttora come un faro di speranza che si accende ogni volta che un bimbo nasce nel reparto di maternità.

Di solidarietà è anche la storia del team di architetti del Politecnico di Milano che  restaurarono l’antico remoto Monastero di Marmashen, anch’esso danneggiato dal terremoto, che si innalza oggi vigoroso nel paesaggio montuoso e assolato. Si prova un profondo senso mistico nel varcare la soglia dell’umile porta di ingresso di questo meraviglioso monastero, in contrasto con gli sfarzi delle chiese Italiane.

Rimanendo nella stessa regione Armena, ci rechiamo a Gyumri dove c’è una piccola comunità di italiani che in un modo o nell’altro contribuiscono alla bellezza della cittadina. Qui ha sede il Consolato Onorario Italiano che da molti anni partecipa allo sviluppo culturale, urbanistico, artigianale e turistico del luogo. Qui vivono anche  Max Floriani e Marzio Ridolfi i quali prendono parte alla vita della comunità di Gyumri con passione e professionalità.

La storia degli italiani in Armenia è, insomma, prima di tutto una storia moderna di solidarietà, di volontariato, di attivismo e di intraprendenza imprenditoriale. Arte, cibo e artigianato sono i linguaggi universali che animano questo rapporto di amicizia.

A Yerevan abbiamo incontrato persone come Leonardo Filastò, il cui amore per il teatro lo portò in Armenia tanti anni fa; gli imprenditori Simone Giovannini, Fabio Verdini e Paolo Paffumi i quali, insieme ad altri, guidano una delle più grandi aziende Italiane in Armenia; il cuoco Bruno Cazzin; e Fabio Lenzi, fondatore della Yerevan Biennial, che punta sull’arte contemporanea quale settore da cui far partire la rinascita Armena.

Tra coloro che contribuiscono a tenere viva la connessione tra Italia e Armenia, ci sono anche molti Armeni, i quali per fede, passione o professione, si fanno ambasciatori tra i due Paesi: come Padre Elia, missionario Mechitarista che viaggia continuamente tra l’Isola di San Lazzaro di Venezia e Yerevan; o come Anush che organizza adozioni infantili tra Italia e Armenia, stabilendo connessioni tra le famiglie; e Vahe, appassionato ed esperto interprete che ha avuto la fortuna di essere al fianco delle massime autorità politiche e culturali Italiane in Armenia.

Tutte queste storie, qui appena accennate, si stagliano sui paesaggi rarefatti di uno degli altipiani più belli del mondo.

Dall’Italia all’Armenia, senza soluzione di continuità, le fotografie di Patrizia Posillipo disegnano una geografia emozionale, fatta non di frontiere ma di persone e memorie. Si potrebbe concludere che Tracce è come un’unica grande storia, costellata di incontri ed emozioni raccolte tra uno scatto e l’altro; in realtà, però, il viaggio non è finito e non si esaurisce davanti all’immagine in mostra né tantomeno tra le pagine di questo libro. Infatti, le relazioni attivate lungo il tragitto sono vive e fanno parte di un processo dinamico di conoscenza reciproca, che porterà alla costituzione di nuove tracce tra Italia e Armenia, in un dialogo tra i due Paesi che immaginiamo sarà infinito.